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Progetto “polo universitario penitenziario” alla Dozza, Er.Go: numeri confortanti

“Continua a crescere il numero degli studenti in carcere iscritti all’Università di Bologna”. La direttrice di Er.Go, Patrizia Mondin, è intervenuta nell’audizione programmata dalla commissione Cultura, scuola, formazione, lavoro, sport e legalità, presieduta da Giuseppe Paruolo, sul progetto “polo universitario penitenziario” attivato nella casa circondariale della Dozza. Un progetto, ha spiegato Mondin “che si pone l’obiettivo di riconoscere e garantire il diritto allo studio anche in carcere: nonostante gli ostacoli e le difficoltà della detenzione, infatti, è aumentato il numero degli studenti iscritti ai corsi dell’Alma Mater”.

In tre anni di attività, ha riferito, “dai 25 iscritti nell’anno accademico 2014-15 si è passato ai 40 nel 2016-17, dal 2014 sono 92 i detenuti coinvolti in questo progetto”. La responsabile di Er.Go ha poi parlato degli aiuti rivolti ai singoli studenti: “È previsto un contributo economico pari a 400 euro: 157,64 euro per gli adempimenti burocratici e 242,36 euro collegati invece al merito”. Viene valutato, ha quindi ribadito, “l’impegno dei detenuti coinvolti, una misura non assistenziale”. Nelle annualità 2014/2015 e 2015/2016, ha concluso, “hanno ottenuto l’accesso al credito, collegato appunto al merito, 20 detenuti”.

L’Università di Bologna, è poi intervenuto il responsabile del polo universitario penitenziario, Giorgio Basevi, “è impegnata da oltre tre anni in questo progetto; cerchiamo di rendere il percorso di chi studia in carcere il più possibile lineare, dando la possibilità di confrontarsi costantemente con i docenti”. Il professore si è poi appellato direttamente ai componenti della commissione: “Abbiamo bisogno di aiuto, non economico, per facilitare ai detenuti la fase di inserimento lavorativo all’uscita dal carcere, chiediamo l’attivazione di progetti funzionali a questo scopo”.  Sollecitazione che è stata accolta dallo stesso presidente Paruolo. Credo, è intervenuto Enrico Aimi (Fi), “nel recupero dei ragazzi che hanno commesso dei reati, molto spesso prigionieri del gesto di un momento”. Io stesso, ha affermato, “ho consigliato, in quanto avvocato, a diversi dei miei assistiti di intraprendere un percorso formativo in carcere”. Il consigliere ha poi indicato tre priorità che potrebbero essere applicate al progetto: “Prevedere un’attività di proselitismo all’interno delle case circondariali per coinvolgere il numero maggiore di detenuti, eliminare la tassa regionale per questa particolare tipologia di studenti e garantire loro l’accesso a lezioni registrate”. Con questo incontro, ha dichiarato Francesca Marchetti (Pd), “vogliamo comprendere gli aspetti positivi e le criticità del progetto”. A mio giudizio, ha sottolineato, “si tratta di una buona prassi che vale la pena sviluppare, facendo particolare attenzione, per non lasciare soli questi ragazzi, alla fase post carcere, sia lavorativa sia formativa”. Ai relatori sono infine state rivolte due domande. Silvia Prodi (Misto-Mdp) ha chiesto in quali discipline si cimentano principalmente gli studenti, mentre il presidente Giuseppe Paruolo ha richiesto notizie sull’esperienza dei tutor, delle persone che vanno in carcere. Quesiti cui ha risposto Basevi, riferendo che le discipline di studio più diffuse sono giurisprudenza, agraria, lettere e scienze politiche. Sul volontariato nelle carceri ha parlato del coinvolgimento di numerosi soggetti: “circa 70 in questo progetto, fra responsabili del corso di laurea, professori di ruolo che operano a titolo di volontariato, docenti in pensione e studenti che aiutano i detenuti a preparare gli esami”.




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